lunedì 30 giugno 2014

Pancrazia in Berlin - Il Ritorno

Poche righe per avvertire i lettori distratti e i passanti ignari che dall'altra parte, su Radio Cole, sto raccontando il mio ultimo viaggio a Berlino. Il ritorno in die Stadt dopo 10 anni di assenza.

Curiosi?
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venerdì 28 giugno 2013

It's a boy!

Ritorno sul luogo del delitto.
Mi ripropongo come i peperoni.
Riciccio tra queste pagine.
Tutto ciò per annunciare urbi et orbi che è nato!
Ha appena visto la luce l'ebook di Pancrazia in Berlin.
Scaricabile per seguirvi ovunque. Sì, anche "lì", se avete l'abitudine di portarvi l'ebook reader alle sessioni straordinarie. Io non mi formalizzo, non temete.

Edito e impaginato dalle mie manine sante. E si vede! Data la tristezza grafica che contraddistingue il prodotto.
Ma chi se ne frega!
Pancrazia in Berlin non ha bisogno di inutili orpelli. Lui è bello così: au naturel!

222 pagine virtuali di scemità e gaiezza.
Cuore e follia.
Amicizia e giuoia.
Tutte per voi a costo 0.

Scaricate e passate parola.
Passate parola e scaricate.


mercoledì 12 dicembre 2012

58. Danke!

L'ultimo giorno a Berlino, Massimo mi aiutò sedendosi sulla valigia. Valigia che altrimenti non sarei stata assolutamente in grado di chiudere.
L'ultimo giorno a Berlino, Marije mi fece "a sorpresa" il bucato. Costringendomi, l'olandese stolta, a chiudere il tutto ancora bagnato in una busta di plastica ed infilarlo a forza nel mio zaino d'alpinismo.
L'ultimo giorno a Berlino, Elmar mi portò a mangiare il Baklava promettendomi, tra un boccone e l'altro, che sarebbe presto venuto a trovarmi in Italia. Promessa che mantenne. E mantenne. E mantenne. Per quattro complicati ma fondamentali anni.

Io partii la mattina dopo con un sovraccarico di 6 kg nel bagaglio. Sovraccarico che mi venne abbonato da una sorprendentemente generosa hostess teutonica.
Io partii piangendo calde lacrime per la mia amata Berlino.
Io partii promettendomi che un giorno sarei tornata. Promessa che mantenni. E mantenni. E mantenni. Per tre anni e poi basta. E che ora sento di poter finalmente rinnovare.
Aspettami Berlino: tornerò. Il 2013 sarà l'anno giusto.

Partii ringraziando Ivan che mi aveva spezzato il cuore ma anche regalato, inconsapevolmente, l'esperienza più bella della mia vita.
Partii ringraziando la mia amica Erika da cui era nata l'idea di far domanda per l'Erasmus.
Partii ringraziando il destino che mi aveva fatto incontrare tante persone meravigliose. Persone che ringrazio adesso per esserci state allora e, in un certo senso, esserci sempre. Nel mio cuore, nella mia mente, nei miei ricordi, nella mia vita.

Ed ora ringrazio voi.
Voi che avete cominciato a leggere questa storia su Radio Cole e avete continuato a farlo anche qui.
Voi che, invece, mi avete conosciuta e seguita solo su queste pagine.
Voi che avete riso, pianto, e fatto il tifo.
Voi a cui ho fatto venir voglia di partire.
Voi che l'avete fatta tornare a me.
Voi che leggerete queste parole oggi, domani o fra dieci anni.

A te, che mi stai leggendo in questo momento, dico grazie. Danke!

Fine.

martedì 11 dicembre 2012

57. Arigatou

LaMari tornò in Italia per prima, seguita poi da tutte le altre Comari.
Ci fu chi organizzò una notte bianca in giro per locali, chi preparò il bagaglio a mano più fuori norma nella storia dell'aviazione civile, e chi lasciò biglietti e regali per tutte.
Ma la cosa più importante fu che ognuna tracciò un segno indelebile nel cuore delle altre.

Tutte tornarono in Italia prima di me che, avendo a disposizione un appartamento fino a metà aprile e un fidanzato nuovo di zecca, rimandai il più possibile l'indesiderato rimpatrio.
Ma, dopo aver visitato la bella Dresda e aver messo piede in tutti gli improbabili locali alternativi berlinesi, anch'io mi arresi di fronte all'ineluttabilità del destino cinico e baro, e cominciai a prepararmi alla partenza.

Prima di litigare con le valigie e cercare di infilare tutto il mio mondo in spazi tanto angusti, mi rimaneva solo un'ultima cosa da fare. E la feci.

Per l'ultima volta riattraversai la città da parte a parte. Presi il tram, la metro e l'autobus. Mi orientai tra le mille stradine del parco e, finalmente, rientrai nell'Haus 17 di Schlachtensee.
Non avevo più messo piede in quell'edificio da inizio gennaio.
L'avevo lasciato immerso nella neve. Lo ritrovai illuminato da un pallido sole del Nord.

Stringendo tra le mani una bottiglia di vino rosso piemontese, salii un paio di piani, svoltai nel corridoio a sinistra e mi fermai davanti alla terza porta.
Bussai e attesi.
Nessuno rispose.

Fumiki non era in casa.
Avevo fatto tutta quella strada per niente.
Avevo fatto tutta quella strada per ringraziarlo.
Ringraziarlo della sua amicizia. Della sua compagnia. Delle chiacchiere e delle riflessioni.
Ringraziarlo nonostante avesse scelto di non far parte della mia vita. Nonostante non mi fosse mai venuto a trovare nel nuovo appartamento. Nonostante avesse lasciato che l'orgoglio fosse più forte dell'affetto.
Avevo fatto tutta quella strada per salutarlo. Perché, pur non vedendoci ormai da tempo, lasciare la Germania senza dirglielo mi sembrava un tradimento, uno sgarbo, un gesto imperdonabile. Più imperdonabile ancora del non essere mai tornata a trovarlo in tutti quei mesi.

Bussai ancora.
Appoggiai l'orecchio alla porta per cogliere dei rumori all'interno.
Nulla.
Mi arresi e tornai indietro.

Ripercorsi il corridoio e le scale ma, prima di uscire, qualcosa attirò la mia attenzione.
Sulla cassetta delle lettere era stato appiccicato un biglietto ricoperto da una scrittura minuta, serrata e precisa.
Fumiki si era trasferito e aveva lasciato indicazione su dove recapitargli la posta.

Presi nota e mi rimisi in cammino.
Mezz'ora dopo mi ritrovai davanti ad un'altra porta.
Bussai e questa volta l'attesa non fu vana.

Venne ad aprirmi uno dei tre studenti che abitava in quel miniappartamento.
"C'è Fumiki?", gli chiesi
"No", mi rispose, "tornerà stasera".

Non potevo aspettarlo, avevo ancora un milione di cose da fare prima di prendere l'aereo il giorno successivo. Quindi mi sedetti a terra, rovistai nella borsa, ne tirai fuori una penna, e mi misi a scrivere lungo il bordo dell'etichetta della bottiglia di vino.

Scrissi della mia riconoscenza, della mia partenza e del mio dispiacere di non averlo più rivisto.
Scrissi il mio indirizzo email ed il mio nome.
Scrissi e poi consegnai la bottiglia dicendo solo: "Mi raccomando, è importante".

Il dono quella sera venne consegnato nelle giuste mani.
L'indirizzo utilizzato nei mesi a venire per un fitto carteggio telematico.
Il vino tenuto come ricordo, o almeno così mi è stato assicurato.

Il trascorrere del tempo poi ci allontanò, ma non per sempre.
Certe persone sono destinate a far parte della nostra vita e della nostra storia.
Io della sua. Lui della mia.

Arigatou.
Grazie.

Continua...

martedì 4 dicembre 2012

56. Guten Appetit!

Come direbbe LaBionda: "Quanto si mangia bene in Italia non si mangia da nessun'altra parte".
E, forse, questa volta avrebbe ragione.
Nel nostro paese la cultura gastronomica ha radici profonde e diffuse.
Forti di consolidate tradizioni storiche e di una felicissima posizione geografica, noi italiani produciamo e consumiamo buon cibo e buon vino.

L'Italia se ne sta là. Spalmata sul Mediterraneo e tenuta per i capelli dalle Alpi. Godendo, senza merito alcuno, di sole, mare, montagne e laghi.
Da noi tutto può essere coltivato e tutto può essere allevato. Con il risultato che per noi la cucina è un'enorme ricchezza, diversa ma sempre preziosa, da Nord a Sud, da regione a regione, da comune a comune.

Anche ai tedeschi piace mangiare. Ma loro, poveretti, stanno in Germania. E cosa cresce in Germania? Cavoli e patate. Patate e cavoli.
La cucina tedesca è più povera della nostra, esattamente come quella di tre quarti d'Europa. Ciò è dovuto ad una sorta di maledizione divina che fornisce a noi e a tutti i suddici del continente millemila ingredienti disponibili, e a loro e a tutti i nordici un'esigua varietà.

I germanici, però, hanno deciso di trarre vantaggio dalla globalizzazione e dalla loro celeberrima passione per i viaggi. Così hanno cercato d'innestare le tradizioni culinarie straniere sulla loro cultura, fin nell'interno delle loro case.
Mi spiego meglio. Se vado da mia madre e le dico "Tzatziki!", lei tutt'al più mi risponde "Salute!"
Ma, se lo vado a dire ad una casalinga tedesca, sono molto alte le probabilità che questa ne tiri fuori dal frigo una vaschetta preconfezionata o che, addirittura, me ne prepari con le sue crucche mani una scodellona formato famiglia.
I supermercati tedeschi sono pieni di prodotti stranieri, entrati ormai a far parte dei loro pranzi e delle loro cene.
E tra le cucine di tutto il mondo, un po' per merito e un po' per la forte immigrazione, quella italiana occupa da sempre un posto speciale negli stomaci e nei cuori germanici. Posto che, però, non impedisce che, ogni tanto, questi stolti nordici non ne facciano inconsapevole e involontario(?) scempio.

Come quella volta che LaMari, in occasione del suo imminente ritorno in patria, organizzò un pranzo per il gruppo più stretto di amici. Pranzo a base di deliziose lasagne, preparate dalle sue amorevoli manine.
Noi italiani, che un profumo così casalingo e materno non lo sentivamo da mesi, ci sciogliemmo in una pozza di besciamellica nostalgia.
I nordici, tedeschi in testa, si esaltarono in una nuvola di scoppiettante entusiasmo.
Eravamo tutti felici: noi, loro e la cuoca in partenza.

Tutti felici fino a quando Reykjavík, il fidanzato de LaMari dal nome impronunciabile, ebbe la malsana idea di chiedere il ketchup.
Il ketchup.
Il ketchup.
Scusatemi, ho bisogno di dirlo un'altra volta, il ketchup!

Il ketchup per affogarci le lasagne, per uccidere il sapore, per eliminare la delicatezza.
Il ketchup per fare del male alla pasta, a noi, e al mondo tutto!

Dalla parte italica della tavola partì una vera e propria rivolta:
"Eretico!", urlò la folla inseguendo lo stolto con forconi e fiaccole.
E la sciagurata scena si concluse con la defenestrazione della rossa salsa, prima, e del biondo crucco, dopo.

Noi italiani possiamo perdonare quasi tutto.
Quasi.

Continua...

mercoledì 28 novembre 2012

55. L'Erasmus dà. L'Erasmus toglie.

Un'altra tappa imperdibile di ogni Erasmus che si rispetti è la visita da parte degli amici.
C'è chi ha ricordi meravigliosi di quei momenti.
C'è chi, come me, NO.

Verso fine febbraio, BellaeSfortunata e LaBionda, mi annunciarono il loro imminente arrivo.
Per telefono mi chiesero:
"Fa molto freddo?"
Ed io, nel bel mezzo di uno degli inverni berlinesi più caldi della storia, non potei che rispondere loro "il clima è mite. Da una settimana c'è sempre il sole: state tranquille!"

Nel momento in cui il loro aereo toccò terra tutti gli elementi naturali si scatenarono. I burloni Dei Germanici iniziarono a complottare, ed ebbe inizio il marzo teutonico più freddo e piovoso di tutti i tempi.
"Ma che ci stavi a prendere in giro?", mi chiesero le mie zuppe amiche.
"Fino a ieri il tempo era bello"
"Taci!"
"Sul serio!"
"L'Erasmus t'ha fatto male!"
Il loro breve soggiorno berlinese e la nostra breve convivenza non sarebbe potuta cominciare sotto auspici peggiori.

Con loro, l'estate precedente, avevo condiviso una divertente e faticosa vacanza in tenda tra Mikonos e Paros. Con loro, pochi mesi prima, avevo affrontato quel famoso, gelido e folle Capodanno. Ma niente riuscì a mettere alla prova la nostra amicizia come quei pochi giorni assieme a Berlino.

Sono anche disposta a prendermi la mia parte di colpa: io, ormai, ero in Germania da tanti mesi, mi ero costruita il mio nido ed ero stata arricchita da un milione di esperienze diverse. E, diciamo la verità, forse per questo me la tiravo pure un poco.
Ma loro, soprattutto LaBionda, furono in grado di toccare vette d'insopportabilità mai raggiunte fino a quel momento.

Queste due ragazze, giovani e sveglie, avevano riempito i loro zainetti ed erano venute a Berlino. Io mi aspettavo che volessero divertirsi, vedere bei posti, e conoscere gente nuova. Ma invece.
BellaeSfortunata aveva la vitalità di un bradipo anziano, era sempre stanca, e non voleva mai andare da nessuna parte.
LaBionda, al contrario, era iperattiva, fotografava qualsiasi cosa ma criticava tutto. Le sue frasi must della vacanza furono: "Carino, ma i nostri monumenti sono più belli!"
"Non male, ma l'Italia è un'altra cosa!"
"Sì, vabbè, ma vuoi mettere quanto ci vestiamo meglio noi?"
E così via, con una serie di frasi fatte che manco le mie nonne in stereo sarebbero riuscite a produrne in così gran quantità.

Ma se di giorno, in giro per la città, nascondevo la mia irritazione dietro un paretico sorriso. La sera, in giro per feste e locali, ringhiavo apertamente meditando l'eliminazione fisica delle mie due adorabili amiche. Queste, dimenticando le regole base della buona creanza e dimostrando assoluta mancanza di curiosità intellettuale oltre che apertura mentale, si ostinavano a parlare solo italiano limitando le proprie interazioni a connazionali e iberici.
"Ma perché non provate con l'inglese? C'è tanta gente interessante qua da conoscere", cercavo di spronarle.
"No, io mi vergogno. E se sbaglio la coniugazione di un verbo?", rispondeva una.
"No, io non c'ho proprio voglia di far fatica", aggiungeva l'altra.

Non è bello da dirsi ma, quando se ne andarono, mi sentii sgravata di un peso.
Al mio ritorno in patria riallacciammo le nostre amicizie, ma niente fu mai più come prima.

L'Erasmus, come tutte le esperienze forti ed intense, ti cambia. Che sia in meglio o in peggio, dipende dai punti di vista.
Il mio è evidente.

Quei sei mesi mi portarono sentimenti, consapevolezza ed un enorme bagaglio di esperienza.
Si può fare un passo avanti e 1000 passi indietro, ma certi ricordi possono aiutarti a continuare comunque a camminare.

Continua...

mercoledì 21 novembre 2012

54. La febbre del sabato sera

Io dell'Erasmus non mi sono fatta mancare proprio niente. Dalle cose più frivole e superficiali: come il cambio di look e il piercing all'ombelico. Alle cose davvero importanti: come l'amicizia e l'amore.

Io dell'Erasmus non mi sono fatta mancare proprio niente. Ho persino vissuto l'esperienza del febbrone da cavallo in terra straniera.

Una notte andai a dormire in perfetta forma per poi svegliarmi l'indomani con due tonsille grosse come palline da tennis, la fronte talmente calda da cuocerci sopra un paio di uova al tegamino, e la brillantezza mentale di un novantenne sedato.

Con le poche forze ancora in mio possesso mi trascinai fino all'Apotheke più vicina. E là potei stringere tra le mie avide e calde mani la mia salvezza, la mia migliore amica, il mio unico appiglio così familiare e globalizzato: l'aspirina effervescente.
Sempre sia lodata!

Tornata a casa indossai nuovamente pigiama e calzettoni d'ordinanza, attendendo che i germi teutonici facessero scempio del mio fragile corpo.

In momenti così ci si sente soli e si torna bambini. Ci si vorrebbe accucciare tra le rigide e fastidiose lenzuola di flanella della nonna. Si vorrebbero le cure del medico che veniva a visitarci a casa, e scriveva le ricette degli antibiotici con la nostra penna d'Iridella. Si vorrebbero le caramelle della farmacia sottocasa.

A me, tutto sommato, sarebbe bastata la mamma.

Ma anche in quel caso l'Erasmus riuscì a sorprendermi.
Murata sotto il piumone, ebbi la fortuna di ricevere il sostegno morale e pratico di molti dei miei amici berlinesi. Ebbi il privilegio di godere della rete di assistenza tessuta in mesi di frequentazioni e importanti momenti condivisi.
Oltre che con telefonate ed sms, venni coccolata anche con dolcetti e la nota zuccherosa bevanda americana, l'unica cosa che io riesca a bere quando gola e tonsille cercano di strozzarmi come una vecchia gallina.

Anche Elmar cercò di rendersi utile ma io lo tenni letteralmente dietro alla porta, a miagolare per telefono: "Io voglio venirti a trovare! Voglio farti le coccole!"
"Mio crucco tenerone, io invece preferirei di gran lunga che tu ti ricordassi di me così com'ero fino all'altra sera: un irresistibile bocconcino. Se sopravvivrò potremmo riprendere a limonare come una lavatrice in piena centrifuga, altrimenti conserverai la gnocchitudine della tua defunta fidanzatina italica tra i ricordi di gioventù più struggenti."
"Ma io..."
"Ti prego: lasciami abbrutire liberamente. Lascia che solo io assista a questa orgia tra germi tedeschi e anticorpi sabaudo-siciliani!"

Ma permettetemi di ricordare con particolare affetto soprattutto colei che ricoprì il ruolo più importante nel mio processo di guarigione: la nordica coinquilina Marije.
Ella, dopo avermi vista così malandata, prima mi preparò la minestrina più schifosa di tutti i tempi. E a preparare una minestrina schifosa, converrete con me, ci vuole proprio un certo talento ed un grandissimo impegno.
Poi, dopo avermi assicurato il suo sostegno devoto ed incondizionato, "Se hai bisogno, io sono nella stanza accanto, basta che chiami e corro!", uscì con il fidanzato per fare ritorno a casa 48 ore dopo.
Quarantotto ore dopo!

Marije, tesoro, sono passati dodici anni e sento ancora il bisogno di dirtelo: ma vaff...

Perdonate l'ineleganza ma quando ce vò ce vò.

Continua...